Rinuncia al credito: quando conviene e quali effetti produce
Rinuncia al credito, una scelta da valutare prima di chiudere la pratica
Un cliente non paga da mesi, i solleciti restano senza risposta e ti chiedi se abbia ancora senso insistere?
La rinuncia al credito è l’atto con cui il creditore decide di non pretendere più, in tutto o in parte, quanto gli è dovuto. Può convenire quando il recupero costerebbe più dell’incasso atteso o quando il debitore non ha nulla di aggredibile. I suoi effetti, però, sono irreversibili e coinvolgono garanzie, bilancio e imposte.
Spesso ci si arriva per inerzia: la fattura resta aperta per anni, il debitore smette di rispondere e la partita viene eliminata dai conti senza una decisione formale. È il modo meno tutelante di gestire un insoluto, perché nessuno verifica se esistano ancora margini di incasso.
Rinuncia al credito e remissione del debito secondo il Codice Civile
Il Codice Civile chiama questo atto remissione del debito e lo disciplina agli articoli 1236 e seguenti. Secondo l’art. 1236 c.c., la dichiarazione del creditore estingue l’obbligazione nel momento in cui viene comunicata al debitore, salvo che questi dichiari, entro un congruo termine, di non volerne profittare.
Si tratta quindi di un atto unilaterale recettizio: non serve un accordo firmato, basta che la volontà del creditore raggiunga il destinatario. La remissione può essere:
- Totale o parziale: si può rimettere l’intero importo oppure solo una parte, ad esempio interessi di mora e spese, conservando il diritto sul capitale.
- Espressa: la legge non impone una forma particolare, ma una dichiarazione scritta inviata tramite PEC o raccomandata permette di provarne data e ricezione.
- Tacita: deriva da comportamenti che rivelano in modo inequivocabile la volontà di liberare il debitore. Il caso tipico è la restituzione volontaria del titolo originale, come una cambiale, che l’art. 1237 c.c. considera prova della liberazione.
Due comportamenti, invece, non fanno presumere la remissione. Il primo è la rinuncia alle garanzie: abbandonare un’ipoteca o una fideiussione non significa abbandonare il credito (art. 1238 c.c.). Il secondo è la tolleranza verso il cliente in ritardo, che lascia in vita il debito ma, se si protrae, lo espone alla prescrizione del debito, un istituto diverso che opera solo se il debitore la eccepisce in giudizio.
Quando conviene rinunciare a un credito
La rinuncia al credito conviene quando proseguire costa più di quanto si possa recuperare. È una valutazione economica, da fare sui numeri della singola posizione. È il caso del fornitore che vanta poche centinaia di euro verso una ditta cessata e priva di beni: avviare un’azione giudiziale significherebbe anticipare spese senza prospettive di rientro.
Le situazioni in cui rinunciare è la scelta più razionale sono generalmente tre:
- Recupero antieconomico: per poche centinaia di euro dovute da una ditta cessata, spese legali e tempi di un giudizio supererebbero la somma ottenibile.
- Debitore incapiente o irreperibile: le indagini patrimoniali e finanziarie non individuano redditi o beni utilmente aggredibili, oppure le azioni esecutive già tentate hanno dato esito negativo. In questi casi il credito diventa inesigibile.
- Ragioni commerciali: rimettere interessi e penali a un cliente strategico in difficoltà temporanea può valere più dell’incasso integrale, perché preserva il rapporto.
Prima di formalizzarla è utile confrontarla con le soluzioni che restituiscono almeno una parte della somma.
| SOLUZIONE | COSA COMPORTA | INCASSO PER IL CREDITORE | IN QUALI CASI VALUTARLA |
| Rinuncia al credito | Estinzione del debito senza corrispettivo | Nessuno | Recupero antieconomico o impossibile |
| Saldo e stralcio | Accordo con il debitore per un pagamento ridotto a chiusura della posizione | Parziale, se il debitore rispetta importi e tempi concordati | Debitore con liquidità limitata ma disposto a trattare |
| Cessione del credito | Trasferimento del diritto di riscossione a un terzo; il rischio di mancato pagamento passa al cessionario solo se la cessione è pro soluto | Prezzo di cessione, in genere inferiore al valore nominale | Crediti difficili o portafogli numerosi |
Un accordo di saldo e stralcio è, in sostanza, una rinuncia parziale negoziata: il creditore abbandona il residuo in cambio del pagamento concordato. Nella cessione del credito, invece, conta la formula scelta: con la cessione pro soluto il rischio di mancato pagamento passa al cessionario, mentre con quella pro solvendo il cedente continua a rispondere dell’insolvenza del debitore.
Effetti della rinuncia al credito su bilancio, fisco e garanzie
Gli effetti della rinuncia al credito si producono su tre piani. Il primo è civilistico: l’obbligazione si estingue in modo definitivo e il creditore non può più chiedere il pagamento né avviare azioni di recupero.
L’estinzione si estende alle garanzie personali. La remissione accordata al debitore principale libera anche i fideiussori (art. 1239 c.c.). Se i debitori sono più di uno e obbligati in solido, quella concessa a uno solo libera anche gli altri, a meno che il creditore si sia riservato il diritto nei loro confronti; in questo caso potrà chiedere agli altri solo il debito ridotto della quota del debitore liberato (art. 1301 c.c.). Chi intende rinunciare verso un solo coobbligato deve quindi scriverlo in modo esplicito.
Il secondo piano è contabile: il credito viene cancellato dall’attivo e l’impresa rileva una perdita su crediti. Il terzo è fiscale e richiede più attenzione. Secondo la circolare n. 26/E del 2013 dell’Agenzia delle Entrate, la perdita da rinuncia è deducibile solo se risulta inerente all’attività d’impresa, e l’inerenza si considera dimostrata, in linea di principio, quando si provano l’inconsistenza patrimoniale del debitore o l’inopportunità delle azioni esecutive. In caso contrario la rinuncia può essere considerata un atto di liberalità verso il debitore, non deducibile. Per il debitore che è un’impresa, la somma rimessa costituisce di regola una sopravvenienza attiva.
Per questo la rinuncia va preparata, raccogliendo in un fascicolo solleciti, diffide, esiti delle verifiche sul patrimonio del debitore e stima dei costi legali, così da dimostrare perché insistere non era conveniente. Il trattamento fiscale va poi definito con il commercialista dell’impresa.
Prima di rinunciare a un credito, affidati a Credit Group Italia
Decidere una rinuncia al credito senza aver verificato la reale situazione del debitore espone a due rischi: abbandonare somme ancora recuperabili oppure ritrovarsi con una perdita difficile da giustificare. In entrambi i casi il problema nasce a monte, da una scelta presa senza informazioni aggiornate sul patrimonio e sulle capacità di pagamento di chi deve saldare.
Noi di Credit Group Italia interveniamo prima che la decisione venga presa. Analizziamo l’insoluto, verifichiamo la solvibilità del debitore con indagini patrimoniali mirate e, quando ci sono margini di incasso, avviamo il recupero stragiudiziale e, se serve, l’azione giudiziale. Se l’incasso integrale non è realistico, valutiamo con te un accordo con il debitore; se nemmeno questo è praticabile, la rinuncia arriva al termine di un percorso tracciato.
Contattaci per un’analisi della tua posizione creditoria: ti aiuteremo a capire quanto è ancora possibile recuperare.